Il nostro Ragnoracconto d’avventura….a più teste

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BORGORIPIDO

1.

Ero tornato al mio paese natio dopo dieci lunghissimi anni. Ero forse cambiato, ma non tanto come poi mi avrebbero fatto rendere conto. Borgoripido si ergeva su una collina realmente poco elevata, 300 metri, ma siccome da più lati aveva dei costoni ripidissimi e difficili da scalare anche attraverso i cammini preparati , sembrava un borgo di alta montagna. Appena arrivato all’antica porta del villaggio entrai e vidi in fondo alla strada principale la mia vecchia casa. Sembrava nulla fosse cambiato. Non c’era nessuno lungo la strada, ma era normale alle undici di sera d’inverno sono tutti in casa, fa freddo e c’è poca luce. Mi avvicinai al mio portone, rimasto tale quale a quello che ricordavo, e bussai… Mi batteva il cuore, da tanti anni non avevo notizie dei miei e pensavo da giorni a quel momento. Cosa avrei provato rivendo i miei genitori e mia sorella. Avrei trattenuto le lacrime? Cosa avrebbero detto loro? Mille reazioni mi giravano nella testa da giorni. Ora comunque era arrivato il momento, finalmente. Toc, toc… La porta cigolando, lentamente si aprì, vidi sporgersi un braccio e subito capii che era mio padre dalla manica di una giacca da uomo e dalla grande mano pelosa. Poi il suo sguardo nel mio. La mia gioia e la sua…. Indifferenza. “Che vuole a quest’ora”, mi chiese. “Padre”, dissi io. Ancora indifferenza. “Sono io Marco!!” Ancora indifferenza.. “Lei è matto! Che vuole a quest’ora? Se ne vada prima che perda la pazienza e le faccia passare un brutto guaio.” La vecchia conosciuta porta, gli si chiuse brutalmente davanti. Sconsolato e molto avvilito del fatto che non lo avesse minimamente riconosciuto, si sentì abbandonato. Marco, però in fondo al cuore aveva lasciato un’enorme voglia di ritrovare l’amore dei suoi genitori e quindi si fece forza e provò di nuovo a bussare…niente, nessuno gli rispose. In quel momento si sentì cadere il mondo addosso e di tutte le reazioni che aveva immaginato quella era la peggiore, quella che aveva scartato e messo dietro a tutte le altre pensando che fosse impossibile. Anche se, effettivamente si erano lasciati in malo modo. Mostrare addirittura tutta quell’indifferenza? Lui se ne rendeva conto di aver sbagliato, aveva commesso un grosso errore e non si era fatto vivo per tutti quegli anni. A quanto pare però la voglia di rincontrarsi era soltanto la sua. Allora rimase lì per un po’, fermo da solo dietro a quel portone, abbassò la testa e pensò all’infelice incontro. Sarebbe stato meglio un insulto, una litigata furiosa, ma quell’indifferenza era incombattibile. Come poteva confrontarsi e spiegarsi con qualcuno che gli voltava le spalle. In quel momento era inutile pretenderlo, quindi iniziò a cercarsi un rifugio per la notte e a sperare in un mattino più sereno. Era una parola pensare a trovare un rifugio, chi a quella tarda ora avrebbe coraggio ad aprire il proprio portone ad uno sconosciuto? Disperato, provò a chiedere inutilmente un posto per dormire al vicino e poi ad un altro vicino,e ad un altro ancora, finché passò un’ora, poi due e la stanchezza ebbe sopravvento su di lui. Finì accovacciato su una panchina mal ridotta. Il suo cappotto lungo marrone gli fece da coperta e le mani da cuscino, scaldandosi a vicenda con la guancia. Marco chiuse gli occhi e per un attimo pensò ancora a quell’incontro. Sospirò profondamente e cercò di immaginarlo diverso. Nella sua mente si aprì un’immagine felice, un abbraccio affettuoso tra lui e suo padre, e provò una grande gioia. Improvvisamente sentì anche un peso sulla spalla, qualcosa che lo scuoteva, e all’istante Marco aprì gli occhi. C’era un uomo davanti a lui, alto, magro, con pochi capelli grigi, anziano con lo sguardo diffidente. Chiese a Marco: “ Ehi ragazzo!! Cosa ci fai qui, sdraiato al freddo della notte. Mi sembri molto stanco! Vieni dai ti accompagno a casa mia, anche se non è molto grande almeno hai un letto confortevole.” Marco ringraziò di cuore e chiese all’uomo come si chiamava. “Oliver” rispose il signore, e guardando il giovane negli occhi domanandò: “E tu chi sei?”. “Sono Marco, Marco di Pandolfo.” “Sei il figlio di Elisabetta e Luca di Pandolfo? Pensavo avessero solo una figlia di nome Giorgia.” “No, disse l’uomo, sono un loro parente sono arrivato in paese alcuni anni fa….” Marco fece un grande sospiro e Oliver capì che non era il caso di insistere con le domande. Lo condusse alla sua casa e lo invitò a coricarsi in piccolo letto che aveva in una stanzuccia accanto alla cucina. Marco accettò con piacere e sollievo. Si stese e chiuse gli occhi, era stanco e dispiaciuto per il brutto evento che gli era capitato la mattina stessa. Però cercò di pensare positivamente, in fondo era stato fortunato a trovare quell’uomo, riuscendo a poter dormire almeno quella notte in un letto…
(Alice, Chiara, Giulio, Linda L., Linda M., M., Matilde Q.)

continua….

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